Il Club del Buttafuoco Storico ha compiuto trent’anni: Valter Calvi, il suo fautore, ne racconta la genesi

“L’idea del Club del Buttafuoco Storico nasce nel 1989 con l’impianto di una vigna.  Ho poi cercato di coinvolgere altri produttori con l’idea che, oltre alla necessità di raggiungere la nobiltà che il vignaiolo deve avere, bisognava produrre un vino strettamente legato al territorio e agli antichi saperi. Così abbiamo cominciato a produrre Buttafuoco secondo le esperienze dei nostri avi in quelle vigne tramandateci come altamente vocate, abbinando alla nostra produzione anche il nostro pensiero, valorizzando ciò che sta alla sorgente: il paesaggio, la gente, il percorso del vino. Il 7 febbraio del 1996 è nato il “Club del Buttafuoco Storico”. (Valter Calvi)
Valter Calvi
Valter Calvi

Nel 1824, all’età di 26 anni, Giacomo Leopardi scrive, nel suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”: “Gli Italiani sono un popolo dove ci si sbrana anziché collaborare al bene comune”.
A centocinquant’anni di distanza le cose non sono cambiate in Italia, tantomeno sulle colline dell’Oltrepò Pavese dove le proprietà sono molto parcellizzate, numerosissimi i produttori di uve o di vino (oltre 7.000 su un areale di circa 14.000 ettari) e la mentalità contadina, arroccata al proprio campanile, delimitato dai pali della vigna di famiglia. Ma, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, qualcosa sta per cambiare.
Qualcuno prova a incrinare la scorza dell’egoismo, dell’arretratezza e pian piano si manifesta un prodigio che culmina con il riconoscimento che il vino non è solo agricoltura, o solo biologia ma, principalmente, antropologia. Al centro di tutto dev’esserci l’uomo, il vignaiolo con la sua umanità, la sua scienza e la sua coscienza. Questa nuova mentalità, fa ben presto proseliti, spianando la strada all’avvento del miracolo: il Buttafuoco Storico. Il miracolo inizia da un luogo che si chiama Palazzina, frazione di Castana.
Dal piccolo nucleo di case, volgendo lo sguardo verso l’alto, si può vedere una Vigna detta Montarzolo, registrata nel foglio 5, mappale 7, del Comune di Castana. Sul cucuzzolo della collina, ove sorge questa vigna, c’è un maestoso ippocastano che si slancia a catturare il cielo.
Anticamente, dove ora ci sono le viti che danno le uve per il Buttafuoco, c’era un terreno molto sassoso da cui sono state cavate le pietre di arenaria, fragili ma di un bel colore ocra, utilizzate per decorare la facciata della chiesa di San Michele, a Pavia.
Pino Calvi, il celebre musicista e direttore d’orchestra (compositore di colonne sonore per film, tra cui Lara’s theme, del film Il dottor Živago e di canzoni, come Accarezzame, tra le più note della musica napoletana), lì faceva il suo Buttafuoco.
La cantina dove avviene il miracolo è proprio sotto quella vigna, sul fianco della collina dalla quale ti vengono incontro le viti, che sembrano quasi galleggiare sui delicati pendii, resi morbidi dalle mani di uomini, da generazioni dediti alla cura della vite.
Il custode della cantina è la decima generazione di una famiglia di viticoltori, i Calvi, che lavorano in questo natìo borgo, dalla fine del 1600. Il suo nome è Valter ed è il fautore del miracolo del Buttafuoco Storico, che è diventato anche rilancio di un intero territorio: un’autentica rivoluzione colturale e culturale insieme, perché il vino è cultura. Grazie a lui, numerosi contadini di queste parti si trasformano in vignaioli, consci di essere vignaioli, consapevoli delle loro potenzialità, desiderosi di dialogare insieme, confrontarsi, associarsi per diventare essi stessi Territorio. Valter è un contadino orgogliosamente legato alla terra e alla sua terra, un vignaiolo in purezza, un maestro di vite e di vita.
È un’anima bella, con un sorriso di una forza sorprendente e speciale che conquista: se l’anima avesse un sentore potresti riconoscere la fragranza valteriana nei suoi vini. I nobili hanno sangue blu, lui ha un sangue rosso porpora, con riflessi violacei, che sa di vigna e di cantina. Di fisico esile, è forte nel legame incondizionato col suo territorio. Un legame di comprensione, orgoglio e condivisione di obiettivi comuni, perché “Lo sviluppo di uno è lo sviluppo di tutti”, come sostiene un altro Walter, ma con la V doppia, Walter Massa che, nei vicini Colli Tortonesi, è impegnato sullo stesso fronte.
La storia del vino è fatta di storie di uomini che finiscono per diventare leggende o identità enologiche; Valter Calvi resterà nella storia enoica italiana per aver dato il via al risorgimento delle colline più vocate per i vini rossi dell’Oltrepò Pavese e innescato uno straordinario volano di crescita per l’intero territorio. Valter è un esempio unico di conoscenza mai disgiunta dalla coscienza, dignità dall’umiltà, intelligenza dalla modestia.
È anche un grande camminatore e appassionato di storia. Cammina da cinquant’anni. Prima in montagna e adesso attraverso i cammini: da Bologna a Firenze in solitaria, la Francigena in tre tappe (Pontremoli, Lucca, San Quirico d’Orcia), la Via del Sale: sostiene che il cammino inizia nella tua testa e prosegue nella tua storia, specie quella locale, perché la storia è maestra.
Nella sua cantina, appesi allo stesso chiodo, sopra le vecchie botti, ci sono una bilancia a stadera, un falcetto e un setaccio di vimini.
Li mostra a quelli che entrano in visita e dice: “Questi strumenti, me li ha dati mio padre che, a sua volta, li ha avuti dal suo e io li lascerò in eredità a mio figlio. Anche se sono di poco conto, hanno un grande valore. Quando mio padre me li ha messi in mano, mi ha assicurato che, se avessi conformato su di essi la mia vita, mi sarei sempre trovato bene.
E così è stato. La bilancia rappresenta l’equilibrio che non deve mai mancare nelle nostre decisioni, se non vogliamo che siano malferme e appunto, squilibrate. Il falcetto è il simbolo del lavoro. Mai vergognarsi di lavorare, al contrario c’è da vergognarsi a non lavorare e mai smettere di lavorare, perché il lavoro ti assicura la libertà. Lavorando passano i mali pensieri. Il setaccio separa, filtra, permette di discernere la granaglia dalla pula, cioè riconoscere le decisioni importanti”.

Vigna Montarzolo
La vigna Montarzolo

Valter nasce in casa, alla Palazzina: è il 2 ottobre 1954 e la sua famiglia è tutta impegnata a cogliere l’uva. Sono tempi in cui le vendemmie non incominciano mai prima della fine di settembre. Suo padre sa che gli sta per nascere un figlio e non va a raccogliere nella vigna lontana, bensì in quella contigua alla cantina, così può correre a casa al momento del parto. Nascere in piena raccolta dell’uva è un segno, una premonizione e nel corso della vita l’uva finisce per diventare, giocoforza, il tuo elemento. Il suo germe, o amore, ti nasce dentro e cresce insieme a te.
Le uniche fotografie del predestinato Valter bambino, lo ritraggono sul cavallo di suo nonno, con le sporte piene d’uva. Dopo l’asilo e le elementari a Castana, frequenta le medie a Broni. All’età di 12 anni e mezzo, mentre sta per iniziare la terza, ha già le idee chiare su cosa fare della sua vita: “Mi sarei iscritto al Gallini e poi sarei andato ad Alba, alla Scuola Enologica. Intanto, nei ritagli di tempo vado in cantina con mio padre che, in quegli anni, arriva a produrre circa trentacinquemila bottiglie tutte imbottigliate, tappate ed etichettate a mano. Anch’io e mia sorella diamo una mano a spennellare le etichette con la colla di farina. Mio padre spedisce il suo Buttafuoco in Germania e Francia. Alcune bottiglie arrivano anche a Parigi, da Piero Gardini, alias Pierre Cardin, che è di origini venete e di vino ne capisce. Nei tre anni del corso di studi ad Alba ho la fortuna di conoscere gente straordinaria. Tra molti altri, miei compagni sono Aldo Venco, che diventerà uno degli enologi italiani più competenti, Emilio Renato Defilippi, vicepresidente di Assoenologi, Donato Lanati di Redavalle, che avrà una carriera folgorante e Walter Massa, il fautore del Timorasso, iscritto ad un altro corso ma in pensione all’Enotria, insieme a Donato e in gruppo con noi.
Ho anche degli educatori estremamente capaci. Ricordo per tutti il professor Cavallotto, insegnante di erboristeria, degustazione ed enologia. Con lui ho intrattenuto sempre ottimi rapporti. A scuola, nel 1973, abbiamo fatto insieme il Buttafuoco chinato. Poi ottempero agli obblighi di leva. Comincio il servizio militare alla Caserma di Cavalleria a Pinerolo e, a metà percorso, mi ritrovo carrista, a pilotare un carro armato M47, da 450 quintali. Prima ancora di essere un capocarro, sono per tutti un vignaiolo. Anche il comandante della mia compagnia, il capitano Marchino, un altoatesino nato Marchin, la cui famiglia era stata costretta da Mussolini ad italianizzare il proprio cognome in Marchino, venuto a sapere che venivo da un’Azienda vitivinicola, mi vuole spesso a cena con lui per descrivergli i vini.
È il ’76 quando, finito il servizio militare, incomincio la mia prima esperienza come enotecnico alle Cantine sociali Riunite di Stradella e Montescano. In quegli anni è ancora operativo lo stabilimento di Montescano ma io sono dislocato a Stradella, a stretto contatto con il direttore, Alberto Vercesi. Per lui, che ha due figlie, divento il figlio maschio. Mi porta con sé nei viaggi di lavoro e persino alle battute di caccia, cui è appassionato. Alla fine di un’esperienza, durata un anno, Alberto vuole che rimanga con lui ma io declino l’offerta, un po’ perché ho già in mente di incominciare ad occuparmi della mia Azienda, un po’ perché, in fondo in fondo, ho un’anima anarchica che non sopporta di essere imbrigliata.
Nel ‘77, mio padre Anacleto, detto Peppino, diminuito in Pep, classe 1914, accetta di avermi in cantina, a patto di condividere con lui tutte le responsabilità. Decidiamo insieme di costituire la Società Calvi Anacleto e Valter, che dura circa 7 anni, trascorsi i quali, mi molla in mano tutto. Nel 1980 mi sposo con Carla.
Mia moglie è della Valle Versa e, fin da ragazzi, facevamo parte della stessa compagnia. Poi ci siamo persi un po’ di vista e, quando la rivedo, fa la vigilessa: vice comandante della polizia locale di Stradella. Una parola tira l’altra e il discorso finisce sulle vacanze.
L’anno prima io ero andato ad Istanbul con la mia Alfa Sud: avevo guidato per quasi 7000 km e, dopo una tale abbuffata, ne avevo abbastanza di automobili. Quell’anno avrei voluto andare in Toscana con una bicicletta ma, alla fine, lei mi convince a fare le vacanze insieme a Parigi. Ci siamo andati in treno. E Parigi è stata galeotta. Sono gli anni in cui il mondo del vino entra in uno dei suoi periodi ciclici. La storia del vino è costellata di fasi altalenanti che hanno interessato un po’ tutte le grandi zone vitivinicole, compreso l’Oltrepò Pavese, che oltre ad essere una grande zona vitivinicola ha anche una grande storia enoica. L’Oltrepò Pavese entra in uno di questi cicli, che va dal 1975 al 1986, anno della crisi del metanolo.
Proprio verso la metà degli anni ’70, s’intensifica sulle nostre colline il mercato di Milano. L’immigrazione dal Sud si sta consolidando nella grande metropoli e, con le prime rivendicazioni sindacali, i lavoratori riescono ad ottenere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali. Quei soldi in più cominciano ad essere spesi in vino oltreché in vacanze, magari fatte a Castana, dove ci sono due locande e un albergo, oltre a numerose case in locazione costruite apposta per darle in affitto ai Milanesi. È un periodo di vacche grasse. Tanti si arricchiscono, molti perdono la propria identità. Io non mi arricchisco e ne è prova il fatto che ho un’auto con 280mila chilometri. I guadagni di quegli anni però servono per fare la cantina nuova e acquistare le terre che conduciamo in affitto. Mio padre non ha ereditato terre da mio nonno, perché tra di loro c’era un pessimo rapporto e tutto il patrimonio era andato a mio zio Albino. In questi ultimi anni, mio figlio Davide, ha ricomprato dai cugini le vigne storiche della famiglia, che non erano toccate in eredità a mio padre.
Alla fine degli anni ’70, la mia Azienda è ormai consolidata e, in quel periodo, inizio i miei viaggi in vari territori viticoli europei, per vedere, curiosare, imparare, rubare idee. Quello che vedo si contrappone nettamente con una mentalità per la quale l’unica cosa che conta è che non si fermi il traffico di camion carichi di damigiane, verso Milano. Tutto vino buono per carità! Non è il contenitore che fa il vino.
Anche il Barolo, ancora una ventina d’anni fa, si poteva comprare in damigiana e, anche in Borgogna, puoi prenderti la pièce, la Borgognona da 228 lt., detta anche Tonneau Borgognona, dal vignaiolo e portarti a casa una vigna da mettere in bottiglia. La strada che tanti hanno intrapreso, in Oltrepò Pavese non può portare lontano; non c’è un futuro. Il vignaiolo si sta trasformando in mercante. Il vignaiolo non è un mestiere ma un modo di essere. Non si fa il vignaiolo ma si è vignaiolo e molti non lo sono più. Si disperde anche il concetto di Azienda famigliare contadina: un patrimonio irripetibile fatto di tecniche di produzione e tradizioni inestimabili.
Viene meno anche il riconoscimento dell’identità di vignaiolo e del valore di un lavoro che, in altre zone, è invece tenuto in grande considerazione; identità che favorisca la nascita di idee, di iniziative, che porti linfa vitale nelle campagne tenendo lontana la proliferazione del solo cemento e identità intesa come requisito su cui puntare per promuovere i prodotti del territorio. Stanno scomparendo il senso della dignità, della responsabilità, della dimensione sociale contadina.
Faccio partecipe di queste riflessioni il vicepresidente della CIA di Pavia, Francesco Braga, che sostiene uno dei primi progetti che intraprendo per fare una rete di protezione. Il suo contributo è determinante per fondare l’Associazione Vignaioli Oltrepò Pavese che ha sede nei locali della CIA di Broni. I soci sono una quindicina: collaboriamo insieme in fiere, degustazioni, presentazioni di vini, ognuno con la propria identità. Ma il gruppo, pur con la grande determinazione con cui si è costituito non riesce a contrastare la deriva verso la quale sta andando il nostro territorio.
Ad esasperare la situazione arriva anche il disastro del metanolo e la distruzione di tutto ciò che di buono era rimasto. Nel panorama del vino italiano, nonostante la batosta, si cerca di voltare pagina, aprire nuovi orizzonti, ricominciare. Sulla scena del vino arriva gente come Elio Grasso, Domenico Clerico ed Elio Altare che, proprio nel ’90, comincia la sua storia enoica. Io guardo a loro e faccio il confronto con quello che succede in casa nostra: le grandi tradizioni che si disperdono irrimediabilmente e il mancato riconoscimento della potenzialità del nostro vino. Sono in tanti a dire che è un vino con scarse capacità di durare. Su questo punto il confronto d’idee aumenta di livello, si fa molto vivace, perché io la penso esattamente al contrario e mi batto per dimostrarlo.
Non bisogna mai smettere di battersi: è una cosa che ho imparato dai miei grandi maestri; mio padre e Alberto Vercesi.
E ho continuato a battermi: per cambiare la mentalità nei confronti di un grande vino e di un altrettanto grande territorio incapace di esprimersi, al contrario di altri, come ad esempio la Franciacorta, che cominciano ad imporsi con molti meno meriti.
Nel ’90, sottopongo al Consorzio di Tutela un mio progetto, basato sulla valorizzazione dei nomi dei luoghi. Propongo di dare minor enfasi ai nomi dei vitigni e maggior importanza ai Comuni.

Il marchio del Buttafuoco impresso a fuoco sulla bottiglia
                                       Il marchio del Buttafuoco impresso a fuoco sulla bottiglia

In Oltrepò Pavese ci sono trentacinque Comuni strettamente legati al vino ed io ne suggerisco la divisione in macrocomuni: Denominazione Rovescala, 100% Croatina, Comuni di Montù Beccaria, Bosnasco, Zenevredo, San Damiano e Rovescala – Denominazione Volpara, 100% Moscato, Golferenzo, Santa Maria della Versa ecc. – Denominazione Oliva Gessi, 100% Riesling, Oliva Gessi, Montalto, Calvignano, Mornico Losana, Pietra de’ Giorgi, ecc.
Ogni Comune ha almeno un grande vino di riferimento su cui puntare. Il Pinot Nero avrebbe dovuto prendere semplicemente il nome del Comune; Castana, Canneto, Rocca de’ Giorgi, Codevilla, ecc.
Propongo anche la Denominazione Casteggio, più di vent’anni prima che venisse riconosciuta ufficialmente. Ma il progetto rimane lettera morta. Tutti i miei tentativi per dare una svolta al mio territorio, sottrarlo alla< non cultura, ridargli rispetto, dignità, verità, s’infrangono contro muri insormontabili. Ma nella vita a volte capita di trovarsi di fronte a degli avvenimenti che ti svoltano il percorso. A me succede nell’ottobre del ’90.
Ho appena acquistato una zappatrice nuova, mandando in pensione una vecchia Ferrari. È un investimento importante per la mia Azienda ma la vendemmia si prospetta buona. Non passa una settimana e vengo a sapere che è stata messa in vendita la Vigna Montarzolo. A darmi la notizia è un mio amico, dipendente di una banca, il quale aggiunge che ho solo due giorni di tempo per pensarci e formalizzare un’eventuale intenzione all’acquisto.
Il Montarzolo è l’emblema del Buttafuoco, anzi l’utopia del Buttafuoco, nel senso di eu-topos, luogo felice.
Quando lo dico a mio padre lui mi risponde: ‘Se t’interessa il Montarzolo, compralo. Se non ci sono i soldi, ‘s van a tö indè chi gh’èn’.
Io ho già in animo di comprare ma voglio condividere la decisione anche con mio suocero e lo porto sul Montarzolo.
La vigna è completamente abbandonata, le viti divelte, i pali abbattuti. Naturalmente me ne sconsiglia l’acquisto: è l’impulso definitivo per prenderla. Sottoscrivo un prestito e fino alla scadenza dei cinque anni passo le notti in bianco.
Mia figlia ha cinque anni e mio figlio sei, il mercato non si è ancora ripreso e devo far bene i conti perché la tensione in famiglia è alta.
Ma io ho la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta. Per prima cosa, alla fine di novembre del ’90, pianto un ippocastano nel punto più alto della vigna: voglio mettere il mio segno, ripetere il gesto di Giorgio Pio Pallavicino Trivulzio, che ne aveva piantato uno simile alla fine del 1700, sopravvissuto fino al 1980. Doveva essere un segno che suggellava un sogno. Per vivere pienamente ci vogliono grandi sogni ed io voglio vivere pienamente.
È il momento di smuovere le coscienze, di lasciarci alle spalle l’ottica del breve periodo, di far percepire gli immensi valori di cui disponiamo. E qui, a darmi una mano, intervengono persone che sono state determinanti nella realizzazione dell’obiettivo che avevo in mente.
Primo fra tutti ancora Francesco Braga, che non ha mai smesso di sostenermi e spronarmi, spalleggiato da Guerino Torti, che diventerà capo commissione di degustazione del Buttafuoco Storico e da Enzo Marzatico, un enologo che conosce bene l’Oltrepò Pavese e avverte così i suoi interlocutori: ‘Siete seduti su un baule d’oro e guardate in giro ma non sotto il vostro sedere’. Dovevano saperlo tutti che eravamo seduti su uno scrigno di tesori.
Cominciano così le prime riunioni, con colleghi produttori, nella sede della Pro Loco di Castana: lunghe discussioni, contese, proposte ma anche degustazioni con fior di bottiglie, come quelle di Mario Diana che, nel 1970, aveva ottenuto il riconoscimento ministeriale della DOC, per il Buttafuoco.
Nella primavera del ’94, con il decisivo appoggio di Francesco Braga, affittiamo una corriera (non ci possiamo permettere un autopullman) e partiamo per la Borgogna, in una quarantina, tra produttori ed amici sostenitori. La Borgogna è un posto in cui, da oltre centocinquant’anni, s’investe nel vino e nella sua qualità. Da noi l’attenzione è molto più recente ma l’intento è quello di far toccar con mano ai partecipanti, quanta coscienza e convinzione avessero i Francesi del valore reale dei propri territori e dei propri vini, di quanto fossero bravi a caricarli di doti immateriali e che noi non eravamo da meno anche se ce ne stavamo dimenticando.
Quattro giorni di visite alle cantine e alle vigne, contrassegnati da commenti a volte esilaranti: ‘i vid i pàran mèlga’; ‘i g’han la tèra piata’; tra un quai àn, i turnuma chi cui cistèrn ‘d Buttafuoco, par taià sti vinüs’. Vinüs che però loro vendono trenta volte più caro del nostro Buttafuoco.
Ma qualcosa si è mosso e alcune domande cominciano ad affacciarsi in molte teste. Sulla corriera, nel viaggio di ritorno, si discute animatamente e c’è consapevolezza di essere ad una svolta importante. Bisognava sfruttare quel momento di pathos irripetibile, per gettare le basi di un rinascimento culturale e così, di slancio, propongo di fondare, tutti insieme, un Club: il Club del Buttafuoco. C’era già l’Associazione Vignaioli Oltrepò Pavese, che avevo contribuito a creare e quindi ci voleva qualcosa di nuovo, anche a partire dal nome.
Il rinascimento doveva avere un’identità ben precisa e inconfondibile, proprio come i club inglesi, veri templi della cultura, dove i soci possono incontrarsi con gli amici, discutere dei loro problemi, degustare cibi e bevande.
Mentre pronuncio le parole ‘Club del Buttafuoco’, sono in piedi nel corridoio a metà della corriera e qualcuno, dal fondo grida: ‘Storico’. È Luciano Merlini, direttore vendite delle Cantine La Versa e autore, insieme a Fabrizio Bernini, del libro ‘Duca mi dica’, che racconta la vita di un illustre testimone dell’Oltrepò Pavese, il duca Antonio Giuseppe Denari, presidente della Cantina Sociale di Santa Maria della Versa, ideatore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese.
Il Club del Buttafuoco Storico nasce così.

Logo Club del Buttafuoco Storico

Tornato a casa mi metto subito al lavoro. La prima riunione è a Prato Gaio: oltre ai Produttori intervengono Luisella Gastaldi, Roberto Bigi, Francesco Braga, Enzo Marzatico, Silvio Rocca, Eugenio Achilli, Beppe Zatti, Luigi Pirotta, detto Gigi e sua moglie Mariolina.
Molti di loro hanno partecipato alla trasferta in Borgogna e sono motivati a dare il loro aiuto disinteressato. Faranno anche da muro alle critiche feroci e ai boicottaggi che di lì a poco ‘fermenteranno’.
Con l’aiuto dell’avvocato Lorenzo Alfonso Burana, viene stilato lo Statuto del Club e il primo Regolamento, che durerà cinque anni; per prima cosa viene deciso che il primo Regolamento, dovrà avere una durata di cinque anni per consentire di fare cinque vendemmie di prova, dopodiché potrà essere eventualmente modificato. In effetti, dal quinto anno in poi, è diventato sempre più restrittivo.
Burana ha lo studio a Milano ma è un piacentino ed ha una casa ad Albareto, che è più facile da raggiungere e dove ci riuniamo per esporgli le nostre proposte: il voto non a quote, la carica di presidente della durata massima di tre anni, ecc.
Tra i vignaioli più assidui a partecipare ci sono Franco Pellegrini e Stefano Magrotti, cui si aggiungeranno Andrea Picchioni e Paolo Verdi.
Con l’adesione di Umberto Quaquarini, Claudio Colombi, Bruno Barbieri, Davide Brambilla, Giuseppe Calvi, Ambrogio Fiamberti, i soci fondatori sono undici, me compreso.
Inizia una stagione intensa di riunioni, organizzate spesso nella taverna di casa mia, alle quali sono sempre tutti presenti.
Per primo bisogna stabilire delle regole fisse per tutti: il Buttafuoco non doveva essere un vino frizzante, andava affinato in botti di legno e rimanere in cantina almeno due anni prima della commercializzazione. Tutto il contrario di quello che la maggioranza dei soci fa normalmente nelle proprie cantine.
Ma il valore sta nelle differenze e nei contrasti apparenti e, anche se c’è voluto un anno di serrati confronti per trovarci tutti d’accordo, finalmente siamo consapevoli che i nostri nuovi clienti sono il mondo. Non meno contrastata è l’approvazione della bottiglia ma, per fortuna, a indicare quella giusta è il caso. Nella fattispecie, il ritrovamento, all’interno di un muro nel castello di Pietra de’ Giorgi, di numerose vecchie bottiglie con il logo della Cantina sociale di Scorzoletta, impresso sul vetro.
Quella cantina nasce nel 1902 e non può esserci bottiglia migliore per rappresentare un vino con l’aggettivo “Storico” nel nome. Il logo, che rappresenta ufficialmente il Club del Buttafuoco Storico, viene realizzato da un trio di ragazzi che hanno appena incominciato la loro attività di grafici: Linda Cè, Mauro Cecchetto, Mauro Selmi. Ha una forma ovale, rievocazione della botte tipica dell’Oltrepò Pavese, sostenuta dalla scritta Buttafuoco, da cui si dipartono due nastri rossi rappresentativi dei due torrenti, il Versa e lo Scuropasso, che delimitano la zona storica di produzione; all’interno del marchio, un veliero bianco con le vele gonfie, si staglia su uno sfondo infuocato. Il risultato è sorprendente: i tre grafici riescono ad interpretare e sintetizzare rigorosamente i dati di una ricerca storica sul Buttafuoco, fatta da Andrea Picchioni, già nel ’94 e le notizie sui fatti riguardanti il veliero Buttafuoco, raccolte dai giornalisti Mario Magnani e Raul Martinello, fondatori della rivista ‘Oltre’.
Il Club del Buttafuoco Storico può cominciare a camminare sulle sue gambe.
E arriva molto lontano. Ne parla anche il giornale Le Bien Public di Digione, distribuito in Borgogna, proprio là dove tutto è cominciato.
Una bottiglia di Buttafuoco Storico Vigna Montarzolo 2007 è assaggiata da Aubert de Villaine di Domaine Romanée Conti, che ne fa una recensione gratificante. Numerose altre bottiglie ottengono lusinghieri consensi alla fiera dei grandi rossi di Borgogna, a Nuits-Saint-Georges.
Il Club del Buttafuoco Storico è riuscito a portare alla luce un mondo di persone determinate a disegnare il proprio futuro attraverso il riconoscimento della propria identità, la condivisione di un’idea, con un grande respiro innovativo pur nel rispetto delle tradizioni, per vivere tutti più felici.
Il futuro è di chi resta: io ho solo dato una mano a renderlo più certo, cercando di togliere la scorza che c’era sui nostri giacimenti di cultura, storia, bontà e bellezza”.