Lettera aperta a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica

Ronco della Chiesa
La porzione già compromessa della vigna Ronco della Chiesa

L’alluvione nel Collio, del 17 novembre dello scorso anno e il movimento franoso che si è portata dietro, ha creato una devastazione che è ancora palpabile oggi a sei mesi di distanza.
Brazzano di Cormòns è la frazione che ha pagato il prezzo più alto, con due vittime, rimaste sepolte sotto la colata di fango del Quarin, il monte che incombe sul paese.
Da queste parti il terreno è il caratteristico “flysch” o “ponca” (nel gergo dialettale) tipica del Friuli orientale, risalente al periodo eocenico e di origine marina, frutto di una lenta sedimentazione e costituito da marna friabile (argilla calcarea) che tende facilmente a sgretolarsi sotto l’azione degli agenti atmosferici (pioggia e calore) e arenaria (roccia sedimentaria composta di granuli sabbiosi).
Un suolo e un sottosuolo con una composizione geologica originata in seguito alle varie erosioni intervenute, ricco di magnesio, fosforo e potassio, adatto per produrre uve e, di conseguenza, vini con caratteristiche ideali per struttura e aromi.
La vite per fare buoni frutti cerca proprio le condizioni più difficili e la qualità, prima che in cantina, si fa in collina e nelle colline più difficili.
E proprio da queste parti ci sono le colline e le vigne più difficili.
Una di queste, forse la più prestigiosa, è il Ronco della Chiesa, del vignaiolo Nicola Manferrari, titolare della cantina Borgo del Tiglio, in Brazzano.
Entrambe, cantina e vigna, sono state devastate e la loro storia rischia di essere cancellata.
Il Borgo del Tiglio è uno dei marchi italiani più prestigiosi per i vini bianchi ed è conosciuto e riconosciuto a livello internazionale: nello scorso mese di aprile la rivista Wine Advocate di Robert Parker, ha messo nei top five della produzione friulana ben quattro vini del Borgo del Tiglio e nell’autunno 2025, la rivista Vinous, molto seguita nel mondo anglosassone, ha inserito un loro vino bianco, nella lista dei cento migliori vini del mondo, unico bianco friulano (in compagnia di un solo altro bianco italiano), fra una trentina di altri bianchi del mondo.
Il Ronco della Chiesa è molto più di una vigna; è un rarissimo esemplare di impianto generato dall’antica agronomia, quella in uso prima dell’avvento della meccanizzazione, con un elevato valore storico, paesaggistico e antropologico.
Rappresenta uno dei rari capolavori agronomici che testimoniano un sistema agrario basato su lavorazioni effettuate seguendo pratiche vecchie di secoli.
Per la salvaguardia di questo patrimonio si è mosso l’intero mondo del vino italiano.
Tra i primi a schierarsi Walter Massa, il fautore del Derthona Timorasso, e Josko Sirk della Subida, che hanno raccolto le firme di più di cinquanta vignaioli da tutta Italia, i cui nomi figurano in calce ad una lettera inviata a Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia.
Tra i firmatari ci sono nomi come Giuseppe Gabbas, Arianna Occhipinti, Nino Barraco, Natascia Santandrea e Luca Caruso di Eolia, Pietracupa, Luigi Desanctis, Cinzia Merli delle Macchiole, Capovilla, Enrico Neri, Lungarotti, Claudio Cipressi, Elena Fucci, Francesco de Franco di ‘A Vita, Roberto Voerzio, Claudio Conterno, Andrea Picchioni, Mattia Vezzola di Costaripa, cantine Gregoletto, Lodi Corazza, Sassotondo, Natalino Crognaletti di fattoria San Lorenzo, Emanuele Pellizzari di Arpepe, Grosjean de Les Ecoules, Ermes Pavese, La Tosa, Il Teatro di Modigliana, Graziano Pra, Franz Haas di Franz Hass, Mario Pojer di Pojer e Sandri, La Stoppa, Giulio Accornero, Braida Giacomo Bologna, Aldo Vajra, Luca de Marchi di Sperino; chiedono un confronto sulle gestione delle misure per la messa in sicurezza delle aree collinari colpite che, se messe in atto come sono attualmente previste, rischierebbero di essere ancor più devastanti della stessa alluvione.
Infatti vengono ipotizzati anni di interventi che sono evidentemente incompatibili con la conduzione di una azienda agricola e della sua stessa sussistenza economica.
Il blocco operativo causato dalle misure di sicurezza, ha messo il Borgo del Tiglio nell’impossibilità di accedere ai bandi delle misure ordinarie, quelle cui ogni azienda che non ha subito danni ambientali può aderire ma soprattutto gl’impedisce di intervenire sugli immobili lesionati per poterne prevenirne il degrado e scongiurare ulteriori crolli delle strutture pericolanti.
Il caso è arrivato anche presso il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin il quale ha coinvolto il ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida.
Ecco il testo della lettera che è stata inviata a Roma.

Ill.mo Gilberto Pichetto Fratin
Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica

Mi chiamo Nicola Manferrari e sono titolare dell’Azienda Agricola Borgo del Tiglio, di Brazzano, l’azienda vitivinicola gravemente colpita dalla frana del 17 novembre scorso.

La presente è per spiegare che, se nulla cambia, a seguito di decisioni prese, l’Azienda Agricola Borgo del Tiglio, il soggetto più gravemente colpito dagli eventi meteorici, sarà cancellata, per mano pubblica, insieme al suo intero patrimonio. (…)
Borgo del Tiglio è un’entità storica del panorama viticolo della collina friulana, tra l’altro creata anche con l’aiuto di fondi pubblici e rappresenta una delle pochissime aziende di riferimento che contribuiscono a generare il posizionamento della produzione vinicola regionale sui mercati internazionali. Cito solo due fra i più recenti riconoscimenti internazionali;
-nel mese di aprile la rivista Wine Advocate fondata da Robert Parker, forse la più seguita al mondo, nel servizio annuale che recensisce la produzione friulana pone, nei top five, quattro vini dell’azienda, su cinque presenti in classifica.
-lo scorso autunno, prima dell’evento, la rivista Vinous, forse la più seguita dalla filiera professionale, specie nel mondo anglosassone, metteva un nostro vino bianco nella lista dei cento migliori vini del mondo, unico bianco friulano fra una trentina di altri bianchi del mondo e in compagnia solamente di un altro italiano.
Non trascurabile il valore storico e paesaggistico del piccolo borgo chiuso, rappresentato dagli edifici antichi del corpo aziendale, ora parzialmente coperto dalla valanga.
Quarantacinque anni di lavoro, tesi al recupero filologico di quegli edifici, ne avevano fatto un gioiello che ora, a causa delle interdizioni pubbliche che ne impediscono la messa in sicurezza, si sta velocemente degradando insieme ai beni di ingentissimo valore, anche scientifico, al loro interno intrappolati.
Importantissimo il valore storico, paesaggistico, agronomico e antropologico del Ronco della Chiesa, rarissimo esemplare di vigneto in Collio, ancora in attività, generato dall’antica agronomia, quella che ha preceduto la meccanizzazione, per la salvaguardia del quale l’intero mondo del vino a livello locale, nazionale e internazionale si sta mobilitando.

Ecco i motivi per cui l’azienda è condannata all’annientamento:

-Opera temporanea bacino di laminazione
Si tratta di un’opera molto devastante da un punto di vista ambientale e paesaggistico, rappresentata da una specie di diga atta a contenere eventuali colate che dovessero verificarsi durante il tempo necessario alla messa in sicurezza del punto di distacco della frana, che si trova quasi sulla sommità della collina a centinaia di metri di distanza.
La P.C. ha sempre dichiarato che tale opera a fine lavori sarà dismessa (non si capisce cosa resterà al suo posto).
La realizzazione della stessa ha già comportato la distruzione definitiva di una porzione di vigneto in alto.
L’opera, moto costosa, stravolge totalmente l’armonia architettonica del piccolo borgo e dovrebbe servire unicamente per togliere dalla zona rossa la nostra azienda e un caseggiato di fronte a noi che è attualmente disabitato.

-Vigneto Ronco della Chiesa
Dal lato opposto a quello dove s’è verificata la frana che ha distrutto gli edifici, esiste un piccolo movimento franoso che ha interessato il vigneto (così come se ne sono verificati a migliaia in zona) ma non ha causato alcuna conseguenza ad abitazioni o infrastrutture. Tuttavia, la circostanza che si sia verificato in prossimità dello smottamento, ha fatto propendere la P.C. a imporre opere che, se realizzate, lo condannerebbero all’abbandono.

-Divieto di messa in sicurezza edifici pericolanti
La sede aziendale ha subìto la distruzione totale di due edifici e quella parziale di un terzo.
La maggior parte degli edifici, soprattutto quelli vitali per l’attività non sono stati lesionati strutturalmente.
Dunque chiediamo da mesi di poter intervenire per metterli sicurezza, al fine di prevenirne il degrado e per scongiurare ulteriori crolli delle strutture pericolanti.
Per motivi di sicurezza gli interventi ci vengono negati.
È evidente che in assenza di precipitazioni nessuna ulteriore frana può generarsi, d’altronde la P.C. da mesi lavora in zona di frana.

-Perdita produzione 2025
 Il vino dell’annata 2025, si è interamente salvato  dalla frana, essendo stato conservato in edifici non colpiti.
Stante l’interdizione di operare in loco ci è stato consentito di spostare una parte dei fusti in un’altra cantina.
Ora che dobbiamo imbottigliare il vino ci troviamo con una parte della produzione intrappolata in zona rossa e una parte lontano.
Spostare il vino sfuso sarebbe distruttivo per la nostra tipologia di produzione.
Stiamo chiedendo di poter utilizzare alcuni locali non danneggiati per poter chiudere il ciclo delle lavorazioni ma non riceviamo risposte.
La stanza di imbottigliamento sta in zona verde.

-Perdita produzione 2026
Anche per  la vendemmia 2026 siamo ancora in attesa di risposte ed è ormai è troppo tardi per pensare ad una delocalizzazione, si tratterebbe di un’operazione molto complessa.

-Ristori
È stato pubblicato il bando dei ristori destinati alle aziende agricole.
Per come è congegnato, di fatto ci esclude dai benefici.
Le perdite economiche che subiamo dalla frana ma soprattutto dalle conseguenze di azioni istituzionali in atto, si possono quantificare in diversi milioni di euro.
E le incongruenze riguardano anche i danni economici perché: -viene previsto un tetto di un milione
limite che agisce solo sulla nostra azienda, unica ad aver subito danni tanto ingenti.
-il contributo ammonta al 50% della spesa ammessa
e quindi l’altra metà deve essere finanziata con risorse di cui l’azienda non dispone.
La circostanza che l’azienda è chiusa ci preclude l’utilizzo eventuale degli utili e il ricorso al credito.

Inoltre non vengono riconosciuti i danni alle produzioni:
-annata 2025, vini intrappolati sotto le macerie
-annata 2026, compromessa
-e soprattutto il vigneto Ronco della Chiesa, che attualmente è abbandonato, potrebbe esserlo per sempre.
Il termine di chiusura dei lavori è di due anni dalla domanda. Si tratta di ricostruire un borgo intero.
È chiaro che, con gli edifici inaccessibili, in quanto in zona rossa, la ricostruzione nei termini non è possibile.

Esclusione dai benefici ordinari.
Il blocco operativo ha messo l’azienda nell’impossibilità di accedere ai bandi delle misure ordinarie, quelle cui ogni azienda che non ha subito una disgrazia può accedere.
Si tratta di somme ingenti come per esempio il piano di sviluppo aziendale cui peraltro stavamo lavorando, che prevede  un tetto di 1.500.000 euro di contributo a fondo perduto, con una percentuale di contribuzione pari al 60%, oltre che un prestito agevolato a tasso zero per la parte non coperta.
L’Azienda Agricola Borgo del Tiglio è sempre stata un’azienda solida, dotata di una ottima reputazione internazionale e sarebbe in grado di affrontare e superare le problematiche causate dall’avversità che l’ha colpita, semplicemente ricorrendo alle misure ordinarie, che però ci sono incomprensibilmente precluse.
Confido in un suo illuminato intervento che possa scongiurare la cancellazione di un’azienda fatta da uomini che prima ancora di scrivere la storia di un vino, scrivono quella della loro terra, tramandandone i valori fatti di paesaggio, ambiente, sostenibilità, vitigni autoctoni, cura delle colline, economia.
Il vino è paesaggio: in Italia abbiamo circa 500 mila ettari di vigneto che fanno un paesaggio unico e irripetibile ed io vorrei poter continuare ad avere la giusta dignità di fare la mia parte.
Grazie infinite per l’attenzione.

Nicola Manferrari

Brazzano, 17 maggio 2026