La pasionaria del Buttafuoco

Bianca Alberici
                                Bianca Alberici

 

 

Sulla strada che dalla frazione Palazzina va verso Castana, poco prima di arrivare nel centro del paese, imboccando una strada secondaria sulla destra, si arriva ad una villa settecentesca che, pur in stato d’abbandono da quasi venti anni non ha perso il suo fascino e la sua signorilità.
Sull’intonaco di un muro laterale della villa è ancora visibile un grande affresco con uno stemma in cui i colori azzurro e giallo si contrappongono e sorreggono una A al centro di una corona.
Nella parte azzurra campeggia la figura stilizzata di un armigero che imbraccia un fucile, in quella gialla c’è un enorme grappolo d’uva e, intorno, la scritta, in caratteri gotici: Antico Podere Alberici – 1700.
Sul tetto spiccano numerosi eleganti comignoli e, su uno di questi, è posto un segnavento con la sagoma del fuciliere riportato nello stemma.
Lo stesso fuciliere appare anche sull’etichetta di una bottiglia di Buttafuoco prodotta da una delle più grandi vignaiole dell’Oltrepò Pavese, ultima discendente degli Alberici: Bianchina.
La A dello stemma è proprio quella degli Alberici che producono vino da generazioni.
Intorno alla metà del 1800, la villa è abitata da Francesco Alberici, enologo e possidente, come riportato sulle etichette delle sue bottiglie.
Francesco, di famiglia aristocratica, (la sua famiglia ha legami parentali con i Castiglioni di Castiglione Olona), vi ospita personaggi famosi del calibro della contessa Adelaide Cairoli e del ministro Agostino De Pretis, che gli fa dono di un antico cannocchiale, oggi conservato tra i beni di famiglia.
Insignito della carica di Presidente Onorario dell’Impresa Accademia delle Arti e Manifatture di Parigi, ottiene un incarico d’insegnamento alla Sorbona.
Nel 1887, nella sua Azienda a Montarco Piemontese (piccola frazione di Santa Maria della Versa, in quell’epoca ancora facente parte del vecchio Piemonte), produce un bianco spumante, denominato Sciampagnino, presentato con lusinghiero successo alle prime grandi fiere internazionali alimentari (Parigi, Milano, Amburgo) e il Buttafuoco.
Alla fine del 1800, il Buttafuoco è il vino frizzante dell’Oltrepò Pavese più venduto negli Stati Uniti.
Le autoclavi non ci sono ancora, il vino rifermenta naturalmente e gli Americani ne apprezzano la frizzantezza e l’elevato residuo zuccherino.
Gli Alberici sono andati avanti a produrlo così fino all’avvento di Bianca, detta Bianchina, che comincia ad ottenerlo attraverso procedimenti volti alla massima qualità e genuinità e affinandolo nelle botti di rovere, per renderlo elegante e fine.
Bianchina intuisce le potenzialità del Buttafuoco e vuole farne un vino importante: comincia ad abbassare le rese per ceppo, fa un’accorta selezione delle uve in vendemmia e in cantina fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, abolizione dei filtri, solo travasi di decantazione che mantengono viva la materia e se la natura del vino è quella di mutare di anno in anno e non essere mai uguale non importa, ci sarà un Buttafuoco diverso ogni anno.
La produzione complessiva non raggiunge le ventimila bottiglie, ciononostante ogni anno, rifornisce del suo Buttafuoco i padri gesuiti di Sant’Ignazio di Loyola del Centro San Fedele di Milano e la cantina di un convento di frati a Roma, perché Bianchina è molto religiosa.
Le vigne da cui trae le sue uve di maggior pregio si trovano tutte intorno alla villa di famiglia.
Ai lati dei vigneti anche molti ulivi che danno l’olio per il consumo famigliare.
Quando in autunno arrivano le squadre di donne a vendemmiare l’uva dai paesi della piana (Mezzanino, Tornello, San Leonardo ecc.), dalla Bianchina si fermano un giorno in più, per raccogliere anche le olive.

Affresco sul muro di Villa Alberici
                                                               Affresco sul muro di Villa Alberici

Il vigneto degli Alberici, con uvaggio di Buttafuoco, che dà le uve più nobili, si chiama Donnino e si trova in Martinasca di Castana.
Con le sue uve, dell’annata 1971, Bianchina farà un Buttafuoco memorabile, così descritto da Veronelli: “Tutto sommosso dal frizzicare della schiuma, profumo vinoso e tuttavia sottile e consistente, sapore asciutto e franco che si apre in bocca con insospettata generosità”.
Il suo Buttafuoco arriva in ogni parte d’Italia e anche all’estero ed è apprezzato da personaggi famosi come Erminio Macario e Gino Bramieri che lo promuovono facendosi ritrarre, la bottiglia in mano con lo stemma dell’armigero.
La sua fama di grande buttafuochista le procura le più alte benemerenze: nel ‘72 le viene conferita l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica, poi quella di Cavaliere Ufficiale e infine viene nominata Commendatore.
Tutta la sua vita è dedicata al Buttafuoco, un vino destinato a diventare bandiera dell’Oltrepò Pavese.
Bianca nasce a Castana, il 17 novembre 1926, quando suo padre Lodovico e sua madre Giacinta Gavina, sono già in tarda età.
Suo padre, oltre ad occuparsi della vigna è sindaco di Castana per diversi mandati.
Dal momento in cui viene a sapere che sua moglie è rimasta incinta, spera che gli nasca un figlio maschio cui affidare il futuro dell’Azienda e non si capacita che invece a venire alla luce sia una femmina.
Man mano che diventa grande, quasi percepisse la delusione di suo padre nel dover crescere una figlia, inadatta al ruolo che lui ha in testa, fa di tutto per assecondarlo.
Rinuncia anche agli studi (conseguirà solo una licenza tecnica) per stargli a fianco e aiutarlo nei lavori in Azienda: impara a guidare il trattore, va in campagna con pala e zappa e in cantina sposta le damigiane con la forza di un uomo.
È in questo periodo che comincia a vestirsi da maschio: i pantaloni bianchi e la camicia rossa alla garibaldina, diventeranno una divisa da cui non si separerà più.
Nel suo intimo però rimane una vera signora con una nobiltà d’animo e dignità tipiche del suo sangue: una sua zia, la contessa Maria Castiglioni, sposata con Silvio Mazzucchelli, abita in un palazzo nobiliare a Castiglione Olona.
Silvio è un imprenditore colto e appassionato di letteratura, che ha traghettato nel Novecento un’azienda di pettini e forcine in osso e avorio facendo diventare il gruppo Mazzucchelli una delle realtà industriali più importanti della provincia di Varese.
Ma Bianchina rimane coi piedi piantati per terra; la sua unica vera passione è fare il vino, cioè il Buttafuoco ma non sa che il destino ne ha in serbo, per lei, un’altra.
Ad aiutarla, insieme a suo padre, in cantina c’è Natalino, di Castana, che Bianchina chiama affettuosamente Talino.
Per Talino esiste solo Bianchina: lui è molto più grande di lei ma in certi casi le distanze si riducono fin quasi ad annullarsi.
L’amore, nei confronti di Bianchina, che in Talino cresce ogni giorno di più, diventa ad un certo punto incontenibile. Così glielo manifesta e ne è ricambiato. Quasi senza accorgersene si trovano compagni di vita e, dopo la morte del padre, Bianchina e Talino si sposano ed insieme mandano avanti l’Azienda.
La nuova vita di Bianchina è pervasa da grandi emozioni e trepidazioni nell’accogliere tutto l’amore di Talino che si traduce in una dedizione smisurata. Lui è un patito melomane e le canta cavatine e arie operistiche mentre, a Villa Alberici, Bianchina torna ad ospitare amici e personaggi famosi.
Talino però, durante le cene, quando ci sono ospiti speciali, se ne sta in disparte, quasi sminuendosi, affinché sia solo Bianchina ad illuminare la scena. Qualche anno dopo la scomparsa di suo padre, muore anche Talino.
Bianchina cade in un forte esaurimento. Non riesce più a vivere senza di lui al suo fianco. Con lui finisce anche il mondo, l’Azienda, tutto.
Il dolore sepolto nel petto arde come un fuoco e non c’è verso di smuoverla dalla disperazione.
Inoltre non c‘è nessuno che possa intervenire a gestire l’Azienda in quanto, i parenti più prossimi, i nipoti di Talino, sono tutti morti giovani.
La zia contessa Maria Castiglioni è molto affezionata a Bianchina e trova per lei una soluzione per allontanarla da Castana dove ci sono troppi fantasmi da esorcizzare.
Tra i possedimenti di famiglia c’è Villa Pillo, un’Azienda vitivinicola a Gambassi Terme, nei pressi di Firenze e decide di farla gestire da Bianchina.
Villa Pillo è una grande Azienda, con decine di ettari di vigneti e una cantina in cui si vinificano ettolitri di vino.
Per condurla ci vogliono notevoli competenze, che Bianchina possiede, ma anche massima concentrazione e impegno.
Quasi per una sorta di rispetto nei confronti del lavoro dei numerosi dipendenti e delle loro famiglie, si riscatta dal suo stato di disinteresse esistenziale e pian piano sente gli spettri mollare la presa.
Con i buoni risultati che ottiene Villa Pillo, arrivano le prime soddisfazioni che la inducono a pensare anche alla cantina abbandonata a Castana ed è in questo periodo che inizia a fare la pendolare tra la Toscana e l’Oltrepò Pavese.
Passati dieci anni, ormai guarita, ritorna definitivamente a Castana e riprende in mano l’Azienda. Per prima cosa comincia a prendersi cura delle vigne che sono rimaste abbandonate.
Il Donnino della Martinasca è quasi diventato un bosco ed è costretta ad ingaggiare una caparbia battaglia con la Guardia Forestale di Zavattarello, riuscendo, alla fine, ad ottenere i permessi per il reimpianto della vigna.
Siamo agli inizi degli anni Novanta e il Donnino viene ceduto, insieme agli altri vigneti più rinomati, all’Azienda cavalier Dagradi, di Cà del Piano a Cigognola, una delle Aziende più antiche dell’Oltrepò Pavese.
Fondata nel 1875 da Guerrino Dagradi, passa al figlio cavalier Giuseppe e successivamente ai suoi figli: Guerrino, Angelo e Wilma.
È proprio per la sua personale amicizia con Wilma che Bianchina inizia una collaborazione coi Dagradi, cui aveva ceduto anche la sua storica etichetta del Buttafuoco.
Buttafuoco AlbericiI Dagradi hanno un’Azienda solida che vinifica anche per altre cantine.
Nel 1945 e per un lungo periodo, vinificano persino le uve del Beneficio Parrocchiale di Pietra de’ Giorgi di don Valentino Arpesella da cui ricavano Croatina e Uva Rara, per il Don Valentino rosso e rosé.
Tra le perle della loro produzione c’è un Pinot Nero Brut Spumante e, proprio un’etichetta speciale di questo Blanc de Noir, sarà dedicata a Bianchina.
I Dagradi dissodano e preparano il vecchio vigneto Donnino, per il nuovo impianto.
Vengono messe a dimora seimila viti di Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto, rispettando le percentuali del precedente uvaggio e adottando il metodo della coltivazione biologica controllata.
Bianchina collabora a stretto contatto con i Dagradi, mettendoci tutta la sua esperienza, per riottenere il suo grande Buttafuoco.
In questo periodo conosce Giacomo Sampietro, un noto architetto di Garlasco, con la specializzazione in ristrutturazione di antichi palazzi e castelli che, in Oltrepò Pavese, ha diretto molti lavori tra cui il restauro del castello di Cigognola che diventerà di proprietà della famiglia Moratti negli anni ’80.
È un uomo di gran classe e, quando viene a trovarla a Villa Alberici, suona il piano per lei.

Bianchina ha ancora il cuore aggrovigliato ma Giacomo è innamorato e aspetta che si sciolga.
Nel frattempo s’incarica di rinnovare Villa Alberici e l’arreda con mobili antichi di proprietà della sua famiglia.
Verso la fine degli anni ’90, Bianchina e Giacomo si sposano.
D’inverno vanno insieme alle Canarie dove Giacomo ha costruito una sontuosa villa con la piscina sul tetto.
Ma il cuore di Giacomo, che batte solo per Bianchina, smette improvvisamente di battere e lei rimane un’altra volta da sola: è il 2 marzo del 2002.
La vita le ha messo davanti delle prove troppo dure e, anche il suo, di cuore, sta per soccombere.
Viene ricoverata al policlinico di Pavia nel reparto di cardiologia del professor Mario Viganò e proprio l’illustre cardiochirurgo effettuerà l’intervento che le salverà la vita.
Il 15 gennaio 2008, Bianchina vola nelle vigne del cielo, dove continua a produrre il suo Buttafuoco celestiale.
Il suo grande amico Erminio Macario l’ha incoronata regina del Buttafuoco ma, per tutti quelli che l’hanno conosciuta e apprezzata, è stata la pasionaria, non per motivazioni politiche o ideologiche ma buttafuochistiche.